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Macerata, città-campagna e la ‘piazza delle erbe’ scomparsa

di Maurizio Verdenelli

Negli anni 50 la campagna si industrializza,  la città si ruralizza. In provincia di Macerata nel 1951 gli addetti all’agricoltura rappresentano il 68% delle forze lavorative attive.

E’ una delle statistiche più rilevanti delle province dell’Italia del Centronord. La percentuale scende al 55% nel ’61 ma resta pur sempre elevata rispetto alla media italiana che è del 45%. Nel boom economico, nel Maceratese una persona al lavoro su due era occupata nelle campagne, rigogliosissime. Nel ’71 coltivatori ed agricoltori scendono al 35% (media nazionale al 14%).

Macerata venne investita allora da una specie di terziarizzazione agricola mentre nelle Marche il mezzadro diventava piccolo imprenditore con un passaggio al piccolo laboratorio (a Fabriano, pronubo Aristide Merloni, è la volta del metal mezzadro, a Civitanova e Montegranaro del calzaturiermezzadro). Il cd miracolo economico marchigiano nasce proprio dalla mezzadria; dal latifondo, tipico del Meridione d’Italia, come noto non nascerà alcun fermento imprenditivo.

Intanto nel Maceratese, ‘regno’ declinante dell’agricoltura, l’ormai ex contadino e i suoi figli studiano e passano nei ruoli impiegatizi degli uffici della città amministrativa dove ormai tutti risiedono, godendo dei servizi a portata di mano ma soffrendo molto sulle prime della perdita della grande ‘libertà campestre’. L’aria buona, il  terreno arato di fresco e l’ozono rilasciato dopo una pioggia diventino miti all’inquietante cospetto dell’ossido di carbonio degli scarichi delle auto di una cittadina oltremodo inquinata che non ha pensato in tempo a valide infrastrutture.

Questa città passa infatti dai 31.000 abitanti del 1951 ai 38.000 del ’61 fino a toccare (e fermarsi lì quota 43.000 dieci anni più tardi.  L’inurbanesimo a quel punto si blocca, le campagne non forniscono più il serbatoio costante di prima, si svuotano di lavoratori che alla mattina si alzano con il levar del sole e spesso tornano al suo tramonto. La terziarizzazione prevale.

Eppure il ‘caso Macerata’ appare subito diverso. Si può parlare di ‘città’ per questo capoluogo del Centro? Va bene lo Sferisterio, va bene San Giuliano, va bene il teatro Lauro Rossi, va bene ‘L’Atene delle Marche’ con l’università e le scuole, vanno ancora meglio le istituzioni dal Comune alla Provincia passando a tutti gli uffici statali, ma questa è stata sempre una ‘città di campagna’ in un contatto diretto non solo fisico sin dentro le antiche mura che ha generato sempre profondi equivoci e contrapposizioni interne, mai sanate, ambizioni e perdite di stile. Un grande equivoco, insomma. Questa è una città che fino ad oggi, si può senz’altro dire, si riversava nei week end, fuori porta tra le proprie ‘radici’ mai dimenticate, nelle case lasciate da una, due forse tre generazioni.

Personalmente ricordo lo stupore quando venendo a dirigere la redazione de ‘Il Messaggero’, negli anni 80, e capitando in un giorno festivo mi trovai in un centro vuoto. Lo stupore nasceva che mai mi era capitato un simile deserto rispetto al brulicare tradizionalmente domenicale di tutte altre città di provincia italiane nelle quali avevo avuto la ventura di lavorare.

Tuttavia a Macerata c’era un giorno, tra i sette nel quale questo enorme equivoco ‘di fondo’ si dissolveva per incanto. Il mercoledì.  Il giorno della ‘fiera’, il giorno del mercato, con epicentro la fatidica piazza delle Erbe. A metà di via don Minzoni, sull’erta verso piazza grande che percorrevano saltellando per via derl selciato, le carrozze dei Buonaccorsi e degli altri nobili. All’ombra dell’illustre palazzo Compagnoni-Marefoschi, realizzato su disegno del Vanvitelli, ecco aprirsi lo spazio del Foro Annonario incastonato da archi e loggiati classici, all’ Ireneo Aleandri che immettevano in sale e locali che furono occupati dalla società dei donatori di sangue (Avis) ed ora invece dall’Università. C’è una meravigliosa (al solito) foto virata di seppia di Balelli che ferma per sempre nella memoria questa ‘piazzetta scomparsa’, con le vergare in primo piano, belle e fiere, vestite con gli abiti migliori da lavoro. Davanti a loro i banchi delle erbe e degli altri prodotti della campagna: non stona questo pezzetto di campagna ‘vera’ nel contesto neoclassico del Foro Annonario. E’ un’autentica saldatura stilistica e sociale. Se, come detto prima negli anni 60 uno su due che incrociavi a Macerata era indubitabilmente un contadino, il mercoledì faceva schizzare in modo esponenziale tale percentuale. “Ripassece mercurdì prossimo” era l’appuntamento classico fissato da sarti e avvocati, notai e ciabattini, tutto il ‘terziario’ e l’artigianato che serviva, talvolta infedelmente, l’intero contado. E che naturalmente faceva coincidere l’appuntamento in bottega o in studio con quello classico di piazza delle Erbe e del mercato.

Piazza delle Erbe, con l’incedere della terziarizzazione e dell’espandersi dell’Università, scomparve inghiottita come una piramide Inca insieme con tutto quello che rappresentava. Tanto che la celebre foto Balelli pareva scattata in un’altra città. Macerata? Macchè? Il busto di Giuseppe Mazzini ed un giardinetto un po’ stento posero fine all’Expo settimanale di una civiltà millenaria che qui più che in altre parti d’Italia, in questa smart Land della provincia verdissima e in questa smart city che è il suo capoluogo, aveva costituito quello che il sociologo Giuseppe De Rita (Censis) chiama lo ‘scheletro contadino’. Non a caso l’Italia borghigiana s’imporrà con ritardo da queste parti dove anche sulla costa chi vi risiede e lavora è stato fino agli anni 70 essenzialmente ‘un contadino affacciato sull’Adriatico’.

Negli anni ’60 piazza delle Erbe venne in gran parte trasferita e relegata  nel caseggiato alle spalle di via don Minzoni che ospita dagli anni 80 il parcheggio Armaroli, nell’omonima via nella parte più umida della città. Non solo erbe, uova ma pure pesce, il venerdì con pannocchie da regalare ai bambini nella simpatica ed affettuosa consuetudine che c’era nel passato nei riguardi dei più piccoli. Con l’istituzione del parcheggio, il mercato delle erbe venne poi confinato in soffitta, al secondo piano, ed un po’ dimenticato.  Con lo slogan, erbe a km 0, la fatidica ‘piazza scomparsa’ è stata riesumata come un sarcofago etrusco alla vigilia del Natale di 3 anni fa all’amministrazione Carancini. Con un restyling, orari e tabelle merceologiche a segnalare che quell’antico legame Macerata-campagna, quello storico continuun tentava di tornare a a vivere. Per una corretta alimentazione di tutti, al di fuori dei sempre risorgenti supermercati sperando che nel cuore dei maceratesi e nel loro Dna, soprattutto, resti l’immagine del ‘contadino’ abbronzatissimo (quando la tintarella non era un lusso, anzi…) con la sua poca merce sul ‘panchetto’ e la cara vergara, il fazzoletto annodato e il canestro di vimini con poche uova, fave, circoria, e talvolta un coniglio o una gallina vivi. Quella vergara piena di parole affettuose che accarezzava i bambini assicurando la recalcitrante acquirente che tutto era ‘fresco di giornata’. Anche se a lei e a nessun altro srebbe venuto in mente di dire che era ‘a Km 0’ visto che la Balilla o altre auto erano ‘cose da signori’.  E al mercato loro non si facevano vedere.

 *Maurizio Verdenelli, giornalista professionista ha lavorato con La Nazione, Il Corriere della Sera e Il Messaggero. E’ stato responsabile di redazioni provinciali in Umbria, Abruzzo e Marche per cui è stato coordinatore regionale. Inviato speciale per i Grandi Eventi dell’Italia Centrale, ha fondato l’Ordine regionale dei Giornalisti dell’Umbria. Alle Marche ha dedicato alcuni libri, tra i quali, sul caso Mattei,  “La Leggenda del Santo Petroliere” e, sul terremoto del ’97, “Il ragazzo e l’altopiano”.